Pensare l’Europa

Rosario Strazzullo

Si sta rompendo l’Europa?
De Giovanni ha parlato dell’impasse del processo di costruzione europeo per poi subito dopo usare un’espressione più forte: si sta incrinando il processo di unità europea.
Forse possiamo provare ad iniziare da qui per analizzare un po’ più approfonditamente i processi sovranazionali. Si tratta di una questione di grande impatto sui singoli paesi soprattutto perchè, come è stato detto, l’Europa o la costruiscono gli stati nazionali o non la costruisce nessuno.
Successivamente possiamo riprendere un punto già presente nella nostra discussione, e cioè come questo processo federalista europeo influisce sugli assetti istituzionali e politici che si dovranno determinare dentro i singoli stati, con particolare riferimento, per ovvi motivi, alla situazione italiana.
Infine c’è un tema che ancora De Giovanni ha sollevato quando ha parlato del rapporto tra crisi della democrazia e crisi degli stati sociali e ha aggiunto che questa è la forma in cui si manifesta la crisi della democrazia nel mondo contemporaneo.
Forse è un tema che rischia di portarci troppo lontano, ma credo che possa essere utile affrontarlo.

Biagio De Giovanni

L’allargamento dell’Unione
Provo a precisare le ragioni per le quali ho parlato di impasse, o comunque di incrinatura molto seria, nel processo di costruzione dell’Europa. Proverò a farlo riprendendo tra l’altro quanto diceva Terzi in relazione al vecchio europeismo che non quadra più con la realtà.
Il tema chiave è costituito dall’allargamento del processo di unificazione. L’allargamento dell’Unione nasce, non casualmente, nell’89, dopo l’unificazione tedesca, in contrasto con un processo unitario che, prima di quella data, aveva un confine molto rigoroso ad Est in conseguenza della divisione della Germania e dalla presenza, lì, di un sistema politico alternativo.

La questione tedesca
Con il 1989 la Germania si è riunificata, la frontiera est è caduta e quindi si pone, per una duplice ragione, l’esigenza dell’allargamento della Comunità o, come è più corretto dire oggi, dell’Unione. Viene meno il fondamento su cui poggiava quella scelta politica o, come addirittura si diceva, di civiltà, per cui l’Europa era “quella”, e basta. L’allargamento diventa un processo obiettivo, necessario, ineludibile.
Da qui nasce la centralità della questione tedesca, perché la Germania ha posto il tema dell’allargamento come condizione della propria scelta europea. La ragione è chiara: per la Germania il rapporto con l’Est e con i paesi centro-orientali è assolutamente vitale.
Per questo dicevo precedentemente che la Germania ha delle alternative che altri Paesi non hanno. Compresa la Francia.

Un’obiezione discutibile
Capisco l’obiezione di Moretti quando afferma che la stessa Germania ha bisogno dell’Europa, ma è un’obiezione che vale fino ad un certo punto.
La Germania avrebbe avuto la possibilità di ricostruire una grande area di influenza verso il centro dell’oriente, una grande zona del marco, non lasciandosi coinvolgere più di tanto nei processi europei. Invece ha fatto un’altra scelta e naturalmente uno dei prezzi di questa scelta è l’allargamento, che non è solo un fatto di mercato, ma è un problema di stabilità e di stabilizzazione di tutto il centro europeo al quale la Germania è vitalmente interessata.

Le istituzioni che governeranno l’Europa
L’allargamento dell’Unione implica un mutamento profondo della fisionomia dell’Europa perché pone immediatamente il problema delle istituzioni che devono governare un’Europa che non sarà più né a 12, né a 15 come adesso, ma a 25, 27 o 30 stati.
Quali istituzioni possono governare un Europa a 30 stati? Certamente non le istituzioni nate per un’Europa a 6, che già in un Europa a 15 com’è oggi non funzionano più.

Allargamento e approfondimento
Come facciamo ad allargare l’Unione e nello stesso tempo ad approfondire le politiche comuni?
Il tema del rapporto tra approfondimento dell’unità e allargamento della stessa è il tema su cui si discute da anni, con varie ipotesi.
Con l’allargamento si sta producendo una sostanziale dissoluzione dell’unione politica. Come tenere assieme allargamento ed identità politica forte dell’Unione? L’impasse del vecchio europeismo non è casuale, ma ancora una volta è legato a questi grandi processi storico-mondiali, nel senso che si è rotta tutta la continuità con la quale i padri fondatori avevano pensato questa relativamente piccola Europa ben confinata tra i due grandi blocchi, con una funzione all’interno del bipolarismo Est Ovest.

Il tema della democrazia europea
Per fare un’ultima annotazione su questo punto, direi che il tema delle istituzioni è, almeno largamente, il tema della democrazia europea.
Che cosa significa modificare, trasformare le istituzioni, mantenendo la loro rappresentatività? E che cosa sarà un parlamento europeo in un’Europa a 30 stati?
Rischiano in realtà di aumentare ancora di più i poteri degli esecutivi. La Commissione europea è infatti già oggi un esecutivo eletto dai diversi governi, anche se ha bisogno della fiducia del parlamento. E’ insomma un istituzione anomala della democrazia occidentale, la più antidemocratica, come ha scritto Dahrendorf.
Considero dirimenti per la continuazione del nostro ragionamento altre due questioni.

Unione monetaria e unione politica
La prima è data dal rapporto tra unione monetaria e unione politica. L’unione monetaria, come sarà probabilmente necessario, si andrà a fare tra poche entità statali, neanche tutti i padri fondatori saranno in grado di parteciparvi. L’Italia e la Spagna sono a rischio, ancora peggio stanno il Portogallo e la Grecia mentre l’Inghilterra non ci vuole entrare.
Dal momento in cui ci sarà l’unione monetaria tra un certo numero di Stati, quale sarà il rapporto fra le istituzioni che governeranno tale unione e le istituzioni che governeranno il rapporto fra l’insieme dei Paesi?

Un’Europa differenziata
C’è un enorme problema istituzionale che nasce da questo nodo.
Ci sarà un Europa differenziata, in cui ci sarà una parte forte con moneta unica e un Europa generale a mercato unico.
Come regolare il rapporto tra mercato unico e moneta unica? Quali istituzioni sono in grado di regolare questo rapporto?
Sono problemi enormi, di grande portata istituzionale e politica. C’è il rischio che in realtà l’Unione europea coincida con quella monetaria e con le sue istituzioni, perché non si può pensare all’Unione monetaria senza istituzioni che la governino.
Anche la cosiddetta banca europea non potrà, come anche le banche centrali nazionali, non avere un rapporto di indipendenza.

Convergenza e coesione
C’è un nodo specifico che riguarda il rapporto tra unione monetaria e unione politica. Non l chiamo più la prima “unione economica e monetaria” per la ragione molto semplice che ormai si parla solo dei criteri di convergenza e non si parla più dei criteri di coesione. Siamo sempre più in presenza di un Europa che può essere unificata monetariamente dalle sue aree forti, ma che non si sta ponendo più il problema della coesione fra aree forti e aree deboli. Lo stesso fatto che si sceglie di fare l’unione monetaria fra gli stati forti, già coesi, in un certo senso dimostra che il problema della coesione sociale, che pure era l’interfaccia dei criteri di convergenza nel trattato di Maastricht, sta cadendo.

Una comunità di eguali?
Nella misura in cui ciò accade c’è il rischio che l’unione politica sia fatta da chi è riuscito a portare a termine il processo di moneta unica con un colpo alla costituzione materiale dell’Europa. Perché la costituzione dell’Europa si è retta sempre sulla possibilità per tutti di far parte di una comunità di eguali.
La sostanza dell’Europa è nell’uguaglianza degli stati. Se si cominciano ad introdurre differenziazioni tali da modificare il ritmo dei movimenti istituzionali e delle possibilità di decisione, i rischi di portare un colpo alla costituzione materiale dell’Europa sono seri e reali. Si sta nei fatti mettendo in discussione il carattere progressivo e irreversibile del processo di unificazione.
Che cosa accadrà? Chi può dirlo! Ma i problemi sono questi.

Unione monetaria e politiche anti-deficit
L’altra questione, che ci avvicina ancora di più al tema posto da Strazzullo, e cioè al rapporto tra crisi delle democrazie e crisi degli stati sociali, si può sintetizzare così: l’unione monetaria impone le politiche anti deficit. Su questo, non si possono avere dubbi.
La Germania non ha nessun interesse a fare l’unione monetaria mescolando la stabilità e la forza della propria moneta alla debolezza e alla instabilità delle altre monete.
Non mi convince a questo proposito l’argomento utilizzato da Moretti, lo trovo un po’ troppo ideologico.

La Germania ha bisogno dell’Europa?
E’ vero che la Germania ha bisogno dell’Europa. Ma questa è po’ una frase scontata. Non a caso gli stessi tedeschi lo hanno affermato quando hanno scelto l’Europa. Ed è vero che i forti hanno bisogno dei deboli, per le ragioni che lo stesso Moretti ha esposto. Però sull’altro piatto della bilancia c’è, ed in maniera molto più stringente, il fatto che la rinuncia a certi criteri di stabilità economico finanziaria, per gli interessi in campo, non è credibile.

Un obiettivo irrinunciabile
Le politiche anti deficit sono per la Germania, che, non dimentichiamolo, è il paese guida nella proposta di realizzazione dell’unione politica, irrinunciabili. Il ministro delle finanze tedesco ha proposto un patto di stabilità ed il ministro delle finanze dell’epoca, Rainer Masera, nel corso di un convegno che come socialisti europei abbiamo organizzato a Roma, ha affermato addirittura che i criteri di convergenza di massima andrebbero inseriti nella costituzione italiana. Ovviamente è sembrata a tutti una cosa un po’ folle, ma è un’affermazione che sta a significare che questo ormai è diventato in Europa non un semplice calcolo economico, ma la strada attraverso la quale è possibile penetrare nella fortezza tedesca e godere dei vantaggi che derivano dal rimanere nel nucleo forte dell’Europa.
Come è ovvio, tutto questo ha un prezzo.

Politica anti-deficit e democrazia sociale
Infine, ritornerei al rapporto fra politica anti deficit e democrazia sociale, perché trovo profondamente sbagliata la tesi, cara alla vecchia sinistra comunista ed alla destra gollista, che siccome è difficile stabilire un rapporto rigoroso fra politiche anti deficit e politiche sociali, il processo di unione avviato da Maastricht vada considerato un errore.
Il processo avviato a Maastricht è un processo politico economico, che puoi cercare di modificare, ma nel quale devi stare dentro fino al possibile.
Ovviamente, ciò apre molti problemi di non facile soluzione. Primo fra tutti il rischio di irrigidire questo rapporto negativo fra politica anti deficit e possibilità di tenere in piedi una democrazia sociale.
Ciò che è successo in Francia è sicuramente indicativo. Da noi questo tema non è ancora esploso con tutta la sua forza perché non abbiamo ancora deciso veramente di entrare nell’unione monetaria. Se lo decideremo, e se si dovrà fare nel 97 una finanziaria adeguata a questa dimensione i problemi di tenuta sociale saranno sicuramente rilevanti. Sarà un bel tema per chi dovrà governare il nostro Paese.

Rosario Strazzullo

Le cose appena dette da De Giovanni offrono a mio avviso un quadro di riferimento molto più compiuto.

Alcuni elementi di problematicità
Ci sono però alcuni elementi di problematicità, di riflessione, che voglio provare a mantenere nella discussione, perché mi sembrano interessanti e perchè da più parti, anche autorevoli, si stanno sollevando.
Darehndorf parla di fine del ruolo economico dello stato nazionale. Credo che una parte delle difficoltà che i singoli Paesi stanno avendo nell’adeguarsi agli standard dai paesi più forti derivi anche da ciò.
In secondo luogo Maastricht mi sembra ispirato da una filosofia troppo verticistica: una piramide con un vertice in cui c’è la Germania e con tutti gli altri condannati a raggiungerla se non vogliono essere relegati in un Europa di seconda serie.
Siamo proprio certi che dal punto di vista della Germania l’unica convenienza sia nel proporre questo schema così marcatamente piramidale?
E’ proprio impossibile individuare delle soluzioni, dei livelli intermedi che possano consentire alla stessa Germania di portare nel modo più compatto possibile e con più larghe forze possibili a compimento questa “cosa” che si chiama Europa?
Forse non è la stessa cosa essere leader di un’Europa a 6 a 15 o a 30 Stati.

Molte cose in movimento
In altri termini, voglio dire che da più parti, anche ad un livello più vasto dell’Europa, sembrano essere in campo diverse opzioni. Molte cose si stanno muovendo.
Dai paesi del sud-est asiatico che stanno diventando sempre più importanti, non solo da un punto di vista economico, all’India e ad Israele che investono nelle nuove tecnologie, alla Cina che sembra destinata a diventare la vera potenza del ventunesimo secolo.
Insomma, non è detto che nel prossimo decennio il ruolo dell’Europa e dell’America rimanga quello attuale. La situazione mi sembra tutt’altro che statica. Credo che ci sarà una fase di grande cambiamento con soggetti, in particolare economici, che investono su questo cambiamento e che si muovono non secondo la logica della piramide, ma piuttosto secondo quella della rete. Come diceva Moretti, non si cresce se intorno c’è solo deserto.

Biagio De Giovanni

Credo che non dobbiamo correre il rischio di perdere il filo del nostro ragionamento. Le cose appena dette da Strazzullo possono avere certamente un fondamento, ma mi sembrano molto proiettate sulle potenzialità future, mentre invece il processo europeo va nella direzione di cui si è parlato. Ed è con questo che dobbiamo fare i conti.

Riccardo Terzi
Penso anch’io che i termini reali del processo di costruzione dell’Europa siano quelli indicati da De Giovanni.
Vedo però una serie di complicazioni.

L’Europa dell’est
In particolare mi pare che non si presti sufficiente attenzione a ciò che accade nei paesi dell’est europeo dove siamo in presenza di una situazione che ha in sé elementi di fortissima disgregazione sociale.
Ciò spiega anche il ritorno in termini elettorali degli ex-comunisti, dovuto al passaggio da un’economia centralizzata, che garantiva livelli modesti ma uniformi di benessere sociale, ad un’economia di mercato dove anche questo minimo viene messo in discussione.

Le due Europe
Per cui oggi parlare di Europa significa parlare di due Europe. C’è un Europa che ha già dei livelli consolidati e che può arrivare in tempi più o meno rapidi ad un unificazione sostanziale delle politiche economiche e delle politiche monetarie e poi c’è quest’Europa più allargata che vive tutt’altra situazione. Come tenere insieme le due Europe: mi pare questo il problema del momento.

Completare la costruzione
Anch’io credo che bisogna stare dentro questo processo, con i suoi vincoli; e anch’io sono dell’idea di non demonizzare Maastricht. Ma il processo di riunificazione europea non può essere soltanto un processo monetario. Va completata l’operazione, perché se c’è soltanto l’Europa monetaria, ma non c’è contestualmente l’Europa politica e quella sociale, l’Unione nasce male o comunque su basi economico-sociali non accettabili.

Mettere ordine in casa Italia
Per quanto riguarda gli effetti sull’Italia, già abbiamo dovuto affrontare nodi complicati, dalla politica dei redditi alle pensioni. Probabilmente, senza questo vincolo europeo, l’Italia avrebbe continuato la classica politica di galleggiamento di tipo andreottiano, continuando a convivere con il dissesto della finanza pubblica.
Da questo punto di vista si può dire che l’Europa ci costringe a mettere un po’ di ordine in casa nostra, il che non fa male.

Biagio De Giovanni

Scusa l’interruzione. Ma vorrei che tu ti soffermassi sul rapporto tra politica anti deficit e democrazia sociale.

Riccardo Terzi

Patrimonio europeo e modello americano
L’Italia ha tutto da guadagnare da una politica di integrazione europea, anche se naturalmente ci sarà da pagare qualche prezzo. Ribadisco però che non partiamo da zero. Il sindacato ha avuto la capacità di affrontare per tempo alcune questioni, come la riforma del sistema pensionistico, con un consenso sociale sufficientemente largo.
L’esperienza del sindacato italiano è in questo senso un esempio di grande portata, di cui forse non valutiamo neppure noi tutte le implicazioni. Il sindacato assume direttamente ruolo e responsabilità politiche, e si misura con i grandi nodi del risanamento economico e finanziario del Paese. E lo fa partendo da una sua posizione di autonomia, senza reintrodurre forme di collateralismo politico. E’ una strada di grande interesse, e penso che il movimento sindacale italiano debba esplicitamente puntare su una prospettiva di questo tipo, che lega politicità dell’azione sindacale e autonomia del progetto sociale.
C’è poi il problema dello stato sociale. C’è un patrimonio europeo, che è tutt’altra cosa dal modello americano, che va salvaguardato e io credo che possiamo farlo meglio se accettiamo la sfida del risanamento finanziario. Uno stato sociale forte in un’Europa forte: questo è il punto.
E’ la questione che ponevi tu proprio all’inizio della nostra conversazione: come dalla crisi dello stato nazionale e dello stato sociale si esce superando i limiti di una integrazione puramente monetaria.

Le istituzioni europee
Occorre perciò rafforzare le istituzioni politiche dell’Europa e quindi il controllo politico democratico sulle scelte e sui processi decisionali.
Il Parlamento europeo non è un vero Parlamento, così come la Commissione europea non è un vero governo. Fino ad oggi l’Europa è una intesa tra gli stati nazionali e manca una sua dimensione politica autonoma.
Con tutte le gradualità necessarie, bisogna cominciare a costruire le istituzioni politiche dell’Europa.

I singoli patti sociali
E tutta la questione dello Stato sociale va probabilmente affrontata a livello europeo. Nel momento in cui non reggono più i singoli patti sociali a livello nazionale, occorre ridisegnare un sistema europeo di protezione sociale, di diritti di cittadinanza, armonizzando le diverse politiche nazionali.
Naturalmente in questa operazione di armonizzazione ci possono essere situazioni particolarmente avanzate che vengono riadeguate.

Una politica sociale a livello europeo
Andare oltre una politica di integrazione solo di carattere monetario e vedere come costruiamo da un lato le istituzioni politiche e dall’altro una politica sociale a livello europeo: mi pare questa oggi l’esigenza principale. Non dico che sia semplice, ma la dimensione nazionale non è più sufficiente e alcune grandi scelte strategiche vanno fatte a livello europeo.
L’Italia in questo processo dovrà probabilmente pagare ancora dei prezzi. Siamo vissuti al di sopra delle risorse reali del Paese e abbiamo accumulato un debito pubblico considerevole. Dobbiamo ora mettere in ordine i nostri conti e contemporaneamente rivedere il sistema di protezione sociale, non per annullarlo o destrutturarlo, ma per trovare degli accordi più larghi su scala europea.

Rosario Strazzullo

Competizione tecnologica e protezione sociale
Politiche anti deficit e politiche sociali: entrambi avete ripreso questo punto. Io vorrei proporvi di approfondire un aspetto che mi pare altrettanto importante. Lo sintetizzerei in questo modo: se restiamo, come Europa e non solo come Paese, nell’attuale condizione di debolezza sul versante della competizione tecnologica, che poi è quella che determina il peso di ciascun paese a livello mondiale, non siamo in condizione di reggere l’attuale livello di protezione sociale. Si va ad un ridimensionamento. Magari graduale ma inevitabile.

Una strategia globale
Occorre dunque una strategia globale: se si è in grado di stare all’avanguardia sul piano tecnologico, quindi dell’industria, della ricerca, si possono credibilmente trovare le risorse da impegnare in quella che viene chiamata reintegrazione sociale.
A mio avviso questo è un problema di ordine europeo. Nessun singolo paese, neanche la Germania, è in grado di farvi fronte da solo.

L’Europa industriale
Abbiamo parlato di Europa non solo monetaria, di Europa politica, di Europa sociale. C’è un punto che riguarda l’Europa industriale, intendendo per industria non soltanto la manifattura, ma quel complesso di attività produttive, tecnologiche e di servizio rispetto alle quali viviamo una fase regressiva sia nei confronti dell’Asia che degli stessi Stati Uniti.
E’ il tema Europa Tecnologica, che alcune importanti personalità, da Bangemann a De Benedetti a Delors, hanno posto da tempo. Su questo terreno non è in discussione Maastricht, ma il ruolo e la funzione stessa dell’Europa.

Biagio De Giovanni

Stati nazionali e Globalizzazione
Sulla progressiva insufficienza degli stati nazionali a risolvere i problemi, in un quadro di globalizzazione, non ci sono dubbi.
Così come sul fatto che la globalizzazione è un processo reale che, come tale, non può essere certamente rigettato, nonostante i problemi grandi che essa pone sul terreno della democrazia. Va detto anche che i fenomeni di globalizzazione stanno offrendo delle risposte ad alcuni classici problemi che riguardano i paesi in via di sviluppo, ma anche se ciò non fosse, sarebbe sbagliato un rifiuto di tipo ideologico.

Questioni di democrazia
La globalizzazione del mondo, dell’economia mondiale pone questioni di democrazia molto rilevanti. Questo è il primo punto.
Occorre perciò prestare una particolare attenzione alla costruzione democratica e politica di quelle aree che attraverso la globalizzazione interagiscono. Parlare solo di globalizzazione non basta. C’è l’Europa, il mercato americano, l’Asia, forse un giorno l’Africa. Dentro questo schema sociologico della globalizzazione ci sono insomma delle realtà, ancora una volta storicamente determinate, le quali si mettono a confronto, e si mettono insieme tanto più quanto più c’è la globalizzazione.
C’è un rapporto stretto tra le diverse cose, e giustamente Terzi sottolineava con molta evidenza che il tema principale che sta davanti a noi è quello della costruzione delle istituzioni politiche in un’Europa che vuole fare fronte alla globalizzazione non dissipando il proprio patrimonio ideale, culturale e politico sociale.

La democrazia europea
Sulla questione della democrazia europea i problemi sono enormi e io mi limito a elencarli.
Ad esempio il parlamento europeo, lo ricordava Terzi, non è ancora un vero parlamento nel pieno delle proprie funzioni. E’ un parlamento, piuttosto, che combatte per i propri poteri.
Ma la cosa impressionante, ancor più del fatto che il parlamento europeo non decide sulla stragrande maggioranza delle materie comunitarie, è che le competenze comunitarie che vengono sottratte ai parlamenti nazionali non passano al parlamento europeo ma agli esecutivi, e cioè alla Commissione e al Consiglio dei ministri.
C’è dunque una diminuzione delle competenze dei parlamenti nazionali senza un aumento eguale delle competenze parlamentari a livello europeo.
La commissione è infatti un esecutivo eletto dai governi, e non sempre riesce a svincolarsi dai governi stessi che sono rappresentati nel consiglio dei ministri.

Un’istituzione anomala
L’unione europea è un’istituzione sicuramente anomala non fosse altro perché è composta da stati nazionali. Ma ciò non attenua il fatto che otto parlamenti nazionali stanno perdendo le competenze comunitarie, nonostante esse siano sempre più attinenti alla vita delle singole nazioni.

Un’idea di Europa
L’altra questione che volevo porre è relativa alla necessità di tenere ferma un’idea di Europa che presenta un terreno specifico di filosofia sociale non paragonabile né con il modello asiatico e neanche con il modello americano, che è un modello molto più “selvaggio”, anche se grandemente affascinante.
L’America è strana, perché ha un’enorme capacità di assorbimento delle più diverse etnie. E’ capace di assorbire come una spugna tutto quello che arriva (quale società riesce ad essere così multietnica come la società americana? In Europa quando sbarcano 50 albanesi pare che sia finito il mondo, mettiamo le barricate, i carri armati, le navi) e però poi tutti sono tenuti a rispettare questa dura legge americana, con meccanismi di vero mercato selvaggio.

Rosario Strazzullo

Non stanno ridiscutendo anche lì il loro patto sociale?

Biagio De Giovanni
Certo che lo stanno facendo. In un intervista sul “Corriere della Sera”, Galbraith afferma che Clinton è l’ultima difesa di uno stato sociale assediato, ormai, da tutte le parti.
Come l’Europa si difende da questo aumento della lacerazione sociale, dato che non è più sostenibile quel tipo di politica di cui i partiti di massa europei sono stati protagonisti?
Proviamo a guardarla dal versante dell’Italia.
La DC nel nostro Paese è stata una grandissima protagonista dell’arte di far convivere lo sviluppo con il dissesto, le politiche sociali ed il deficit di bilancio.

Nuove vie
Oggi questo non è più possibile, e bisogna individuare i tempi, i modi, i compromessi attraverso i quali individuare nuove vie per la tutela sociale dei cittadini.
E’ del tutto ovvio che se non si avrà uno sviluppo della base produttiva, del lavoro, dell’occupazione sarà la catastrofe. Se dovesse rimanere tutto fermo con in campo solamente le politiche anti-deficit arriveremmo alla rivolta popolare, altro che Francia.
E’ dunque indispensabile che le politiche comuni europee riescano a dare impulso e prospettive positive alle politiche dell’occupazione e per lo sviluppo.
Ma torniamo all’Italia.

L’impossibilità del partito-stato
La Democrazia Cristiana muore perché con l’89 muore il Partito Comunista Italiano e quindi muore il suo amico-nemico. Muore perché travolta da “tangentopoli”. Muore, soprattutto, perché non ha più la possibilità di essere il partito-stato, cioè il partito che può gestire, con la propria presenza nella società il dissesto sociale. Muore perchè finisce l’ “andreottismo”: un uomo che diventa una categoria politica!.
E la loro morte è la morte di pezzi della storia d’Italia.
Poi erano pure dei “mariuoli”, alcuni di loro qualcosa di peggio, ma ciò non toglie che sono stati “interpreti” della storia d’Italia, e che si sono mossi, spesso, nell’ambito di possibilità date, di rapporti dati tra i vari poteri. Che fare dunque? E’ il terreno della nostra ricerca.

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